Assegno di mantenimento: se il beneficiario costituisce una famiglia di fatto perde il diritto


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Assegno di mantenimento: se il beneficiario costituisce una famiglia di fatto perde il diritto
In caso di formazione di un nuovo aggregato familiare ‘di fatto’ del coniuge beneficiario dell'assegno di mantenimento si opera una rottura tra il preesistente tenore di vita ed il nuovo assetto fattuale avente rilievo costituzionale.  

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 32871/18; depositata il 19 dicembre)


Notizia del 23/12/2018 alle 12:48


Così la Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, con sentenza n. 32871/18, depositata il 19 dicembre.

 

Il caso. Con sentenza della Corte d’Appello competente, in materia di separazione personale tra coniugi, veniva revocato l'assegno di mantenimento corrisposto dal marito in favore della ex moglie in considerazione del fatto che risultava provata in corso di causa la instaurazione di una famiglia di fatto da parte della appellata e, dunque, applicabile al caso la giurisprudenza di legittimità in tema di assegno divorzile. Nello specifico, difatti, l’appellante, a sostegno della propria richiesta, aveva prodotto un certificato del comune, estratto dal registro delle coppie di fatto, tenuto da quello stesso ente ‘ad uso assegni familiari’ che dimostrava la convivenza more uxorio della donna con altro soggetto. Ma la decisione proprio non veniva condivisa dalla donna, tanto che quest'ultima proponeva ricorso per cassazione sostenendo l'errore della corte territoriale nell'escludere l'assegno di mantenimento in ragione della prova di una sua convivenza, poiché il giudicante non aveva accertato né valutato se, da quella stessa nuova convivenza, la ricorrente ritraesse benefici economici idonei a giustificare la diminuzione dell'assegno o, come nel caso di specie, addirittura la sua revoca. La ricorrente, pertanto, chiedeva la riconferma del principio secondo cui il diritto all'assegno di mantenimento non può essere automaticamente negato per il fatto che il suo titolare abbia intrapreso una convivenza more uxorio, atteso che quest’ultima avrebbe potuto al più influenzare solo la misura dell'assegno stesse ove si fosse fornita la prova, da parte dell'onerato, che la famiglia di fatto influiva in melius sulle condizioni economiche dell'avente diritto. Tuttavia, la Suprema Corte respingeva il ricorso, condannando la donna anche al pagamento delle spese del grado di giudizio per i motivi che seguono.

 

Il nuovo orientamento in tema di assegno di mantenimento: le nuove scelte esistenziali. Superando precedenti assetti della elaborazione giurisprudenziale in riferimento all'assegno divorzile, gli Ermellini hanno ricordato di aver affermato un nuovo principio di diritto secondo cui la instaurazione, da parte del coniuge divorziato, di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno il presupposto per la riconoscibilità dell'assegno divorzile a carico dell'altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza ma resta definitivamente escluso. Infatti –osserva la Corte- la formazione di una famiglia di fatto, costituzionalmente tutelata ai sensi dell'articolo 2 della Costituzione, è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, e si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto, così escludendo ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l'altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo.
In sostanza, la Corte ritiene che la causa estintiva prevista dalla legge divorzile vada letta estensivamente ricomprendendo in essa non solo il caso delle ‘nuove nozze’ ma anche quello della formazione di una famiglia di fatto, per quanto nata da una relazione non formalizzata, ma pur sempre tutelata nel nostro ordinamento sul piano costituzionale. Il nuovo orientamento si basa sulla affermazione del principio della autoresponsabilità, cioè, sul rilievo di quella scelta esistenziale che comporta l'esclusione di ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l'altro coniuge, il quale può confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo. Gli Ermellini ricordano che in tema di separazione personale dei coniugi, la convivenza stabile e continuativa intrapresa con altra persona, è suscettibile di comportare la cessazione o la interruzione dell'obbligo di corresponsione dell'assegno di mantenimento che grava sull'altro ex, dovendosi presumere che le disponibilità economiche di ciascuno dei conviventi more uxorio siano messe in comune nell'interesse del nuovo nucleo familiare. Pur rimanendo salva, in questo nuovo quadro giurisprudenziale, la facoltà del coniuge richiedente l'assegno di provare che la convivenza di fatto non influisce in melius sulle proprie condizioni economiche e che i propri redditi rimangono inadeguati.
Ma nel caso portato alla propria attenzione, in conclusione, la Suprema Corte applica tale orientamento, secondo cui con la formazione di un nuovo aggregato familiare di fatto, ad opera del coniuge beneficiario dell'assegno di mantenimento, si opera una rottura tra il preesistente tenore e modello di vita ed il nuovo assetto fattuale avente rilievo costituzionale, in quanto espressamente cercato e voluto dal coniuge beneficiario della solidarietà coniugale. Detto in altri termini, la ricerca, la scelta ed il concreto perseguimento di un diverso assetto di vita familiare, da parte del coniuge che pure abbia conseguito il riconoscimento del diritto dell'assegno di mantenimento, fa scaturire un riflesso incisivo dello stesso diritto alla contribuzione periodica, facendola venir meno, non rilevando la possibilità che i coniugi non divorziati possano astrattamente tornare a ricomporre la propria vita a seguito di un (improbabile) ripensamento, perché anche in questo caso l'assegno non rivivrebbe ma tornerebbe ad operare il precedente assetto di vita caratterizzato dalla ripresa della convivenza, con conseguente impossibilità di reviviscenza del contributo che era stato a suo tempo assegnato dal giudice.

Fonte : Diritto e Giustizia

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