Come deve essere formulata l’eccezione della banca di prescrizione delle rimesse sul conto corrente? In attesa delle Sezioni Unite


La Prima Sezione civile della Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza interlocutoria n. 27680/18 depositata il 30 ottobre, ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la seguente questione: se alla banca che ha eccepito – nel giudizio di ripetizione dell’indebito promosso dal correntista – la prescrizione delle rimesse effettuate sul conto, incomba o meno l’onere di allegazione specifica delle stesse e di provarne la natura solutoria.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 27680/18; depositata il 30 ottobre


Notizia del 04/11/2018 alle 16:53


Il caso. Una società agiva nei confronti della propria banca chiedendo la restituzione degli illegittimi addebiti in conto corrente a titolo di interessi anatocistici. La Corte d'Appello di Torino, in riforma della sentenza di primo grado, condannava la banca a restituire alla cliente parte di detti addebiti, al netto delle rimesse qualificate come solutorie e ritenute prescritte poiché effettuate oltre dieci anni prima della data della domanda per rientrare nel fido concesso. La società proponeva ricorso per cassazione formulando quattro motivi.

Il dies a quo del termine per la prescrizione delle rimesse sul conto. Con il primo motivo – per quel che qui interessa – veniva contestata la sentenza della Corte d’Appello di Torino per la violazione e falsa applicazione degli artt. 2938, 2697 e 2727 c.c., nella parte in cui era stata accolta l'eccezione di prescrizione formulata dalla banca. Ad avviso della ricorrente, la banca aveva difatti formulato detta eccezione in modo generico e quindi inammissibile, senza allegare e provare quali fossero le rimesse extra fido e quindi solutorie; il giudice di merito non avrebbe dunque dovuto sostituirsi alla banca nell'individuare tali rimesse posto che, provata dal cliente l'apertura di credito ed i limiti del fido, le stesse avrebbero dovuto  presumersi di natura ripristinatoria con conseguente decorrenza del termine di prescrizione per la ripetizione dell'indebito dalla chiusura del conto.
La banca si costituiva nel giudizio di legittimità rappresentando di avere eccepito la prescrizione di tutte le rimesse confluite nel conto corrente con allegazione dell'inerzia del correntista e del dies a quo. La banca rilevava poi che la Corte di appello aveva accolto detta eccezione soltanto rispetto alle rimesse effettuate per rientrare nel fido concesso, mentre l'aveva respinta in relazione alle altre rimesse, non avendo condiviso la tesi della decorrenza del termine dalle singole annotazioni sul conto.

Quando una rimessa sul conto corrente ha natura solutoria? Osservano, in primo luogo, i Giudici di legittimità come, con la nota sentenza delle Sezioni Unite del 2 dicembre 2010 n. 24418, la Suprema Corte abbia chiarito che non può ipotizzarsi il decorso del termine di prescrizione del diritto alla ripetizione se non da quando sia intervenuto un atto giuridico, definibile come pagamento; sicché, se il correntista, nel corso del rapporto, ha effettuato non solo prelevamenti ma anche versamenti, questi ultimi potranno essere considerati alla stregua di pagamenti in quanto siano consistiti nell'esecuzione di una prestazione da parte del solvens ed abbiano avuto lo scopo e l'effetto di uno spostamento patrimoniale in favore dell'accipiens.
In questa prospettiva i versamenti potranno configurarsi come pagamenti soltanto se: a) destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell'affidamento, ovvero b) eseguiti su un conto in passivo (c.d. scoperto) cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista.

I versamenti effettuati dal cliente su un conto corrente il cui passivo non abbia superato il limite dell'affidamento avranno invece natura meramente ripristinatoria.

Con la logica conseguenza che per i primi (i.e. versamenti di natura solutoria) la prescrizione del diritto alla ripetizione dell'indebito decorre dal momento in cui le singole rimesse abbiano avuto luogo; per i secondi (i.e. versamenti di natura ripristinatoria) l'eventuale azione di ripetizione d'indebito non potrà che essere esercitata in un momento successivo alla chiusura del conto, e solo da quel momento comincerà a decorrere il relativo termine di prescrizione.

Come deve essere formulata l’eccezione di prescrizione delle rimesse sul conto? Chiarita la distinzione concettuale tra rimesse solutorie e ripristinatorie, rilevano i Giudici di legittimità come sia sorto nella pratica applicativa il problema di come la banca debba formulare l'eccezione di prescrizione per paralizzare la domanda del correntista di restituzione di somme indebitamente versate nel corso del rapporto di conto corrente. La questione concerne in particolare la corretta ripartizione dell’onere della prova tra banca e cliente e cioè se la prima – per validamente eccepire la prescrizione – debba allegare non solo l'inerzia del titolare, ma anche le singole rimesse operate nel corso del rapporto aventi natura solutoria.

 

I due orientamenti di legittimità a confronto. Prosegue la Prima Sezione illustrando le opposte tesi maturate nella giurisprudenza di legittimità.
A) L’onere di allegare le singole rimesse solutorie incombe sulla banca: secondo un primo orientamento, l'eccezione di prescrizione genericamente formulata dalla banca con riferimento a tutte le rimesse affluite sul conto, senza indicazione di quelle aventi natura solutoria, sarebbe inammissibile. Alla luce di siffatto orientamento in presenza di un contratto di apertura di credito, la natura ripristinatoria delle rimesse è presunta e spetta alla banca, che eccepisce la prescrizione, l’onere di allegare e di provare quali sono le rimesse che hanno avuto invece natura solutoria; con la conseguenza che, a fronte della formulazione generica dell'eccezione, indistintamente riferita a tutti i versamenti intervenuti sul conto in data anteriore al decennio decorrente a ritroso dalla data di proposizione della domanda, il giudice non può supplire all'omesso assolvimento di tale onere, individuando d'ufficio i versamenti solutori (cfr. Cass., 24 maggio 2018, n. 12977; Cass., 7 settembre 2017, n. 20933; Cass., 26 febbraio 2014, n. 4518).
B) L’accertamento della natura solutoria delle rimesse è di competenza del giudice: al predetto orientamento se ne contrappone un altro, secondo il quale non compete alla banca fornire specifica indicazione delle rimesse solutorie cui è applicabile la prescrizione. Ad avviso di siffatto orientamento, a fronte della comprovata esistenza di un contratto di conto corrente assistito da apertura di credito, la natura ripristinatoria o solutoria dei singoli versamenti emerge dagli estratti conto che il correntista, attore nell’azione di ripetizione, ha l’onere di produrre in giudizio. La prova degli elementi utili ai fini dell’applicazione dell’eccepita prescrizione è, dunque, nella disponibilità del giudice che deve decidere la questione: perlomeno lo è ove il correntista assolva al proprio onere probatorio; se ciò non accade il problema non dovrebbe nemmeno porsi, posto che mancherebbe la prova del fatto costitutivo del diritto azionato, onde la domanda dovrebbe essere respinta senza neppure necessità di prendere in esame l’eccezione di prescrizione. In un quadro processuale definito dalla presenza degli estratti conto, non compete allora alla banca fornire specifica indicazione delle rimesse solutorie cui è applicabile la prescrizione. Un tale incombente, spiegano i Giudici di legittimità, è estraneo alla disciplina positiva dell’eccezione in esame. Una volta che la parte convenuta abbia formulato la propria eccezione di prescrizione compete al giudice verificare quali rimesse, per essere ripristinatorie, o attuate su di un conto in attivo, siano irrilevanti ai fini della prescrizione, non potendosi considerare quali pagamenti (cfr. Cass., 22 febbraio 2018, n. 4372; Cass., 29 luglio 2016, n. 15790; Cass., 20 gennaio 2014, n. 1064; Cass., 22 ottobre 2010, n. 21752; Cass., 17 marzo 2009, n. 6459; Cass., 22 giugno 2007, n. 14576; Cass., 22 maggio 2007, n. 11843; Cass., 3 novembre 2005, n. 21321).
 

La necessità di rimettere la questione alle Sezioni Unite. I Giudici della Prima Sezione Civile, rilevato il suddetto contrasto, hanno dunque rimesso gli atti al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite.